17/08/2026
-
FOCUS BM / UNA TEZENIS ATLETICA, CAMALEONTICA E IMPREVEDIBILE: QUATTRO ANNI DOPO VERONA E RAMAGLI CI RIPROVANO
30 aprile 2023. La sconfitta sul campo di Trieste condanna matematicamente la Tezenis Verona alla retrocessione in Serie A2, al termine di una stagione ricca di problemi. Il popolo gialloblù attendeva la massima serie da oltre vent’anni e ora la vede sfuggire in quello che sembra un battito di ciglia. Le ragioni dietro questa fugace […]
30 aprile 2023. La sconfitta sul campo di Trieste condanna matematicamente la Tezenis Verona alla retrocessione in Serie A2, al termine di una stagione ricca di problemi. Il popolo gialloblù attendeva la massima serie da oltre vent’anni e ora la vede sfuggire in quello che sembra un battito di ciglia.
Le ragioni dietro questa fugace apparizione sono molteplici. Dopo vari tentativi negli anni precedenti, la tanto agognata promozione arriva quasi in anticipo sui programmi, in quello che avrebbe dovuto essere soltanto il primo di tre anni di consolidamento prima di provare il grande salto. L’inaspettato cambio di categoria coglie probabilmente la società non del tutto preparata, spingendola, più per necessità che per volontà, a confermare buona parte dei protagonisti della cavalcata: agli americani Johnson e Anderson, forti del rinnovo automatico, si aggiungono le permanenze di Candussi, Rosselli, Udom e Casarin.
Il mercato porta poi a Verona Imbrò e Cappelletti, gli americani Smith e Holman e soprattutto l’ex NBA Selden, sul quale si riversa una fetta importante del budget. Proprio quest’ultimo, dopo aver regalato la prima splendida illusione con il game winner all’esordio contro Brindisi, lascia però la squadra dopo appena due partite, dando il via a una stagione vissuta quasi costantemente nei bassifondi e segnata da continui interventi sul roster.
Il vero turning point arriva nel momento in cui Verona sembra aver trovato un minimo di stabilità: la vittoria interna contro Sassari, che porta la Tezenis fuori dalla zona retrocessione, coincide con il grave infortunio al tendine d’Achille di Smith, privando Ramagli del proprio totem d’area. L’arrivo di Langevine non riesce a colmare completamente il vuoto e, dopo l’insperata vittoria di Trento, le sconfitte negli scontri diretti contro Scafati e Trieste trasformano definitivamente in realtà lo spettro del ritorno in A2.
Il contraccolpo si fa sentire anche nelle due stagioni successive, accompagnato da una progressiva disaffezione di parte del pubblico dopo che il PalaOlimpia era stato il quarto palazzetto più riempito nell’anno di Serie A. Nel 2023/24 Verona si ferma in semifinale contro la corazzata Trapani; l’anno seguente, invece, nemmeno l’ingaggio di un top player come Pullen produce gli effetti sperati. Il suo ritorno a Napoli a metà stagione, nello scambio che porta Copeland in gialloblù, e il successivo rilascio di Esposito alla vigilia della postseason anticipano la volontà di voltare pagina e costruire qualcosa di più ambizioso per l’anno successivo.
La stagione 2025/26 vede così Verona ripresentarsi ai nastri di partenza come una delle principali contendenti alla promozione, con un gruppo completamente rinnovato e profondo. Esperienza e conoscenza della categoria arrivano da giocatori come Baldi Rossi, Monaldi, Bolpin, Serpilli e Ambrosin, affiancati da due americani di primo piano come McGee e Johnson e dal duo Poser-Zampini, in cerca di riscatto dopo la non brillante esperienza in A1 a Cremona.
La novità più importante è però in panchina: dopo quattro anni consecutivi si separano le strade con Ramagli e la squadra viene affidata a Demis Cavina. Nonostante gli infortuni di alcuni elementi cardine, Verona conclude il girone d’andata al primo posto, senza però riuscire a trovare quella continuità che ci si sarebbe aspettati. Le quattro sconfitte consecutive tra gennaio e febbraio costano la panchina al tecnico bolognese proprio mentre, a Bergamo, il ritiro della squadra dal campionato libera giocatori e staff. Questa coincidenza, quasi astrale, apre le porte al clamoroso ritorno di Ramagli, che porta con sé Andrea Loro.
La promozione diretta è ormai compromessa, ma le nove vittorie nelle ultime dieci partite restituiscono una Verona profondamente diversa e nuovamente temibile in vista della postseason. Il cammino nei playoff non concede scorciatoie: Brindisi viene superata 3-1 nei quarti, e in semifinale Verona espugna per due volte consecutive il PalaDozza, fino a quel momento violato una sola volta in tutta la stagione, e assiste all’esplosione definitiva del talento Loro.
La finale contro Rimini riporta poi due sold out al PalaOlimpia dopo tanto tempo. Verona fa sue entrambe le gare interne trascinata da un super Zampini ed è proprio il playmaker perugino, con due triple decisive in gara 4, a mettere il sigillo sul 75-83 finale che sancisce il ritorno nella massima serie e dà il via alla festa gialloblù.
Quattro anni dopo, Verona si ritrova così nuovamente al punto di partenza. La categoria è la stessa e identico è l’entusiasmo di una piazza che torna ad assaporare la Serie A; profondamente differenti sembrano però i presupposti con cui la società affronta questa volta il salto.
Nel 2022 la promozione arriva quasi in anticipo sui programmi e l’estate successiva è inevitabilmente improntata alla continuità, conservando buona parte di un gruppo che inizialmente non era stato costruito pensando ad una salita di categoria così immediata. Questa volta la Tezenis individua invece fin da subito un nucleo ben preciso dal quale ripartire: quattro italiani confermati, Ramagli ancora al timone e un pacchetto stranieri completamente ridisegnato.
Proprio tra gli stranieri, l’addio che può suscitare qualche riflessione in più è quello di Tyrus McGee, veterano di prime leghe e protagonista importante della promozione che, per quanto mostrato in A2, avrebbe potuto legittimamente rappresentare un elemento di continuità anche al piano superiore. Verona sceglie però un’altra strada, cercando profili maggiormente funzionali all’identità immaginata per la nuova squadra.
La parola che potrebbe descrivere meglio la nuova Tezenis è versatilità. Sono diversi i giocatori capaci di assumersi più compiti all’interno dello stesso quintetto, tanto nella gestione del pallone quanto negli accoppiamenti difensivi. Ramagli avrà a disposizione esterni con caratteristiche complementari e ali dotate di taglia, atletismo e qualità tecniche dissimili, elementi che dovrebbero permettergli di modificare assetto e interpreti senza snaturare l’identità della squadra. Più che una rigida divisione dei compiti in base ai ruoli, l’impressione è quindi quella di un organico nato per avere più soluzioni e adattarsi a molteplici situazioni nell’arco della partita.
Un’idea che sembra andare di pari passo con il tipo di pallacanestro che Verona vorrà proporre. Atletismo e profondità dovrebbero permettere alla Tezenis di alzare il ritmo, cercando con frequenza il campo aperto e il contropiede prima che le difese avversarie riescano a schierarsi. Recuperare palla, sfruttare il contropiede e coinvolgere rapidamente più giocatori in transizione potrebbero diventare i marchi di fabbrica della squadra, sfruttando un roster nel quale praticamente tutti gli esterni e le ali sembrano avere caratteristiche adatte a una pallacanestro dinamica.
La stessa capacità di adattamento potrebbe rivelarsi preziosa nella metà campo difensiva, dove taglia e mobilità di molti interpreti offriranno a Ramagli la possibilità di variare gli accoppiamenti e adattare i quintetti alle caratteristiche degli avversari. Soluzioni particolarmente care al tecnico livornese e che sembrano aver avuto un peso importante anche nella costruzione della squadra. Un ulteriore strumento per una compagine pensata per poter cambiare volto a seconda delle situazioni e dell’avversario.
Sulla carta prende così forma una Tezenis pensata per correre, cambiare pelle durante la partita e sfruttare la polivalenza dei propri interpreti. Per capire quanto queste intenzioni potranno tradursi sul parquet bisogna però partire proprio dagli uomini scelti per realizzarle.
La continuità rispetto alla squadra della promozione passa dallo zoccolo duro italiano. Federico Zampini, Federico Poser, Lorenzo Ambrosin e Andrea Loro non sono però semplicemente ciò che rimane della passata stagione: la loro conferma rappresenta una delle prime scelte compiute dalla società per la nascita della nuova Tezenis.
Verona ha infatti manifestato fin da subito la volontà di ripartire da tutti e quattro, senza cercare sul mercato giocatori italiani provenienti dalla Serie A o altri elementi di primo piano della A2 che potessero prenderne il posto nelle rotazioni. Una scelta che testimonia la convinzione che il gruppo italiano già a disposizione possieda qualità, esperienza e margini sufficienti per affrontare il salto di categoria. Le motivazioni, però, non sono le stesse per tutti.
Per Zampini e Poser non si tratterà di un vero e proprio esordio. I due hanno già condiviso lo spogliatoio della Vanoli Cremona nella stagione 2024/25, sperimentando direttamente le differenze tra A2 e Serie A in termini di atletismo, fisicità e velocità di gioco. Per entrambi quell’esperienza non è stata semplice, ma il ritorno nella massima serie arriva oggi in condizioni diverse e con una maggiore consapevolezza.
Federico Zampini ci torna dopo essere stato uno dei grandi protagonisti della promozione veronese. MVP delle finali contro Rimini e autore delle due triple che hanno definitivamente indirizzato gara 4, ha dimostrato nel corso della stagione di poter alternare regia e produzione offensiva, prendendosi responsabilità anche nei momenti più delicati. La formazione del nuovo reparto esterni sembra inoltre testimoniare ulteriormente la fiducia riposta in lui: dal mercato non è infatti arrivato un playmaker puro e tradizionale, ma profili capaci di alternarsi nella gestione del pallone senza accentrare necessariamente su sé stessi la costruzione del gioco. Andrews sarà sulla carta il principale riferimento nel ruolo, ma è una combo guard che soltanto nel corso degli anni ha sviluppato una dimensione sempre più importante da regista e che, proprio per le sue caratteristiche, potrà anche condividere il campo con Zampini. Una scelta che sembra quindi voler preservare per il playmaker perugino minuti e responsabilità, lasciandogli la possibilità di continuare a incidere nella gestione del gioco anche ad un livello più alto.
Anche Federico Poser avrà una seconda occasione per misurarsi con la categoria, seppur con un ruolo e un minutaggio più contenuti rispetto a quelli avuti nell’ultima stagione di A2. La sua conferma trova spiegazione principalmente grazie alla crescita mostrata nel corso dell’anno. Dopo un avvio complicato sotto la guida di Cavina, nel quale aveva faticato a trovare continuità e un impatto costante, con il ritorno di Ramagli il suo rendimento è cresciuto sensibilmente, accompagnando una maturazione evidente nel corso della seconda parte della stagione. Il Poser visto nel finale di campionato è apparso un giocatore decisamente più sicuro e consapevole rispetto a quello dei primi mesi, tanto da guadagnarsi la fiducia necessaria per essere confermato anche al piano superiore. In LBA gli spazi non saranno inevitabilmente gli stessi, ma Verona ha evidentemente ritenuto che il percorso intrapreso non fosse ancora arrivato al suo punto d’arrivo.
Dissimile è il percorso di Andrea Loro, vera rivelazione della seconda parte della scorsa stagione. Arrivato da Bergamo insieme a Ramagli, l’ala ha impiegato pochi mesi per trasformarsi da interessante prospetto a uno dei protagonisti della promozione, chiudendo la regular season in gialloblù con 10,3 punti e 5,6 rimbalzi in appena 19 minuti di utilizzo. Un rendimento che assume ancora più valore considerando l’infortunio accusato proprio a ridosso dei playoff, che ne ha inevitabilmente condizionato l’avvicinamento alla postseason senza impedirgli, una volta ritrovata la condizione, di lasciare il segno anche nelle serie decisive. Tiro, taglia fisica, capacità di essere efficace anche lontano dalla palla e gli importanti margini di crescita hanno attirato l’attenzione dell’Olimpia Milano, che ha deciso di investire sul suo futuro acquistandolo da Tortona e lasciandolo in prestito all’ombra dell’Arena.
Per Loro la prossima stagione rappresenterà quindi un banco di prova particolarmente interessante: debuttare in LBA nello stesso ambiente e soprattutto con lo stesso allenatore che ne ha favorito l’esplosione, provando a dimostrare che quanto mostrato negli ultimi mesi possa essere trasferito anche al livello superiore. Per Verona, allo stesso tempo, la possibilità di trattenerlo per un’altra stagione consente di continuare a beneficiare della crescita di un giocatore il cui potenziale è stato riconosciuto anche da una realtà come Milano.
Quella di Lorenzo Ambrosin è invece quasi una piccola rivincita personale. A 28 anni l’ala cresciuta nel settore giovanile della Reyer Venezia arriva finalmente in Serie A con la squadra con cui ha conquistato la promozione, dopo aver già centrato il salto di categoria con Tortona nel 2021 e Udine nel 2025. Tre promozioni dalla A2 che, fino a oggi, non gli avevano mai garantito la possibilità di affrontare la stagione successiva nella massima serie con la stessa maglia.
Verona ha scelto questa volta di concedergli quella possibilità, premiando non soltanto una stagione da 9,6 punti di media con il 37% dall’arco, ma anche l’affidabilità di un giocatore capace di ritagliarsi un ruolo importante senza avere bisogno di grandi volumi offensivi. Il tiro perimetrale, l’esperienza accumulata negli anni e la capacità di farsi trovare pronto all’interno del sistema rappresentano le qualità sulle quali la Tezenis punta per renderlo utile anche nelle rotazioni di Serie A.
A completare il gruppo italiano arrivano infine due investimenti in prospettiva, entrambi classe 2007: Matteo Oliveri, guardia proveniente dal College Basketball Borgomanero, la stessa realtà nella quale è cresciuto Andrea Loro, e Maodo Mane, centro di 211 centimetri reduce dall’esperienza con la Fulgor Fidenza. Due profili pensati in ottica futura, con particolare curiosità per i margini di crescita di Mane, viste dimensioni ed età.
Se sugli italiani la parola d’ordine è stata quindi continuità, accompagnata da due investimenti prospettici, è tra gli stranieri che la Tezenis ha cambiato completamente volto. Sei nuovi giocatori, sei percorsi profondamente eterogenei su cui cadrà buona parte delle responsabilità nella stagione del ritorno in LBA.
Verona sceglie questa volta una strada difforme rispetto all’ultima esperienza nella massima serie, preferendo la formula del 6+6, rinunciando quindi ai vantaggi previsti per chi sceglie di avere 5 stranieri e 5 italiani ma aumentando le alternative a disposizione di coach Ramagli.
I sei nuovi arrivati presentano caratteristiche, percorsi ed esperienze molto differenti tra loro: c’è chi conosce già la Serie A, chi ha accumulato anni di pallacanestro europea ad alto livello e chi, invece, arriva a Verona ancora nel pieno del proprio percorso di crescita. Profili però accomunati da quella duttilità e intercambiabilità che il nuovo Ds Alessandro Bolognesi ha voluto ricercare nella costruzione della nuova Tezenis
Esperienza e gestione del gioco arriveranno soprattutto dalle mani di Andrew Andrews, combo guard classe 1993 reduce da una stagione divisa tra i Cairns Taipans, in Australia, e gli Zhejiang Golden Bulls, in Cina. Proprio nell’esperienza in NBL ha mostrato forse la versione più completa della propria carriera, producendo 14,8 punti e 7,6 assist di media.
Quest’ultimo dato racconta bene anche l’evoluzione vissuta da Andrews nel corso degli anni. Nato cestisticamente più come guardia realizzatrice che come playmaker tradizionale, ha fondato buona parte della propria carriera sulla capacità di creare dal palleggio, attaccare il ferro e costruirsi autonomamente un tiro, risultando pericoloso anche dalla lunga distanza. Con il passare delle stagioni ha però progressivamente aggiunto una dimensione sempre più importante da regista, imparando a controllare maggiormente i ritmi e a utilizzare la propria pericolosità offensiva anche per creare vantaggi per i compagni. Una trasformazione che non ne ha cancellato la natura di scorer, ma che oggi gli permette di interpretare entrambi i ruoli del backcourt.
Una vocazione offensiva emersa chiaramente già ai tempi della University of Washington, dove trascorre quattro stagioni crescendo anno dopo anno fino a diventare il principale riferimento degli Huskies. Nell’ultimo anno NCAA supera i 20 punti di media, mettendo definitivamente in mostra quelle qualità realizzative che accompagneranno poi la prima parte della sua carriera professionistica.
È però in Europa, in particolare in Turchia, che Andrews trova la propria consacrazione. Dopo le prime esperienze professionistiche tra Europa e Israele, prima con il Darüşşafaka e successivamente con il Bursaspor diventa uno degli esterni più produttivi del campionato turco. Proprio a Bursa vive nel 2021/22 una delle stagioni più importanti della propria carriera, contribuendo alla sorprendente cavalcata che porta la squadra fino alla finale di EuroCup: nella competizione produce 13,7 punti e 4,1 assist di media, tirando con oltre il 40% dall’arco.
Quelle prestazioni gli valgono la chiamata del Panathinaikos e la possibilità di esordire in Eurolega, prima di proseguire il proprio percorso europeo tra un nuovo passaggio a Bursa, Joventut Badalona e Wolves Vilnius. Esperienze in contesti e campionati che accompagnano anche la graduale trasformazione del suo modo di stare in campo.
A Verona arriva quindi un giocatore che conserva i punti nelle mani e la capacità di creare un vantaggio individuale, ma che negli anni ha pian piano spostato il proprio gioco verso la posizione di playmaker. Andrews sarà sulla carta il principale riferimento nella gestione del pallone, senza però rappresentare quel play puro e tradizionale che la Tezenis ha scelto di non inserire nel roster. Una caratteristica che si sposa con la volontà di distribuire la creazione tra più giocatori e che, allo stesso tempo, dovrebbe lasciare spazio e responsabilità anche a Zampini quando sarà sul parquet.
Se Andrews rappresenterà una delle principali novità in cabina di regia, CJ Massinburg porta invece a Verona qualcosa di particolarmente prezioso per una neopromossa: la conoscenza della LBA e la certezza di aver già dimostrato di poter incidere nel campionato italiano.
Guardia classe 1997, Massinburg si forma alla University at Buffalo, dove nell’arco di quattro stagioni diventa uno dei giocatori simbolo del miglior periodo nella storia recente dell’ateneo. Già protagonista della sorprendente vittoria contro Arizona al Torneo NCAA del 2018, nell’ultimo anno guida i Bulls a 32 vittorie e chiude a 18,2 punti, 6,5 rimbalzi e 3 assist di media, venendo nominato per la seconda volta giocatore dell’anno della Mid-American Conference. Un percorso collegiale che mette già in evidenza molte delle caratteristiche che conserverà tra i professionisti: non aver bisogno che l’attacco passi costantemente dalle sue mani, pericolosità perimetrale e un contributo a rimbalzo non comune per un esterno.
Dopo una prima esperienza in G League e il successivo approdo in Francia a Limoges, dove produce 14,4 punti, 4,3 rimbalzi e 3,5 assist di media, nell’estate 2022 arriva la chiamata di Brescia. È in Lombardia dove Massinburg crea gran parte della propria reputazione europea, inserendosi in una squadra ambiziosa senza la necessità di esserne sempre il principale terminale offensivo. Nella prima stagione contribuisce anche al successo in Coppa Italia e in EuroCup viaggia a 11,3 punti in meno di 20 minuti, con il 38,5% dall’arco; con il passare del tempo diventa poi un elemento sempre più riconoscibile del sistema bresciano.
Il nativo di Dallas può certamente punire sugli scarichi e giocare lontano dalla palla, ma sa anche attaccare efficacemente i closeout difensivi, mettere palla a terra e creare in situazioni di gioco rotto. A questo aggiunge una buona presenza a rimbalzo per il ruolo e una crescita evidente anche nella propria metà campo: senza essere uno specialista difensivo, ha imparato a sfruttare meglio struttura fisica e disponibilità al sacrificio, diventando un esterno utilizzabile su più accoppiamenti. Una duttilità che gli ha permesso di mantenere la propria efficacia anche accanto a giocatori con importanti responsabilità nella creazione e che sembra sposarsi particolarmente bene con la pallacanestro immaginata da Ramagli.
Il miglior Massinburg visto in Europa resta probabilmente quello della stagione 2023/24, chiusa a 12,6 punti di media con un eccellente 44,2% dall’arco. Le due annate successive sono però condizionate da problemi fisici, in particolare da una serie di infortuni muscolari che ne hanno limitato continuità e condizione, soprattutto tra l’esperienza turca al Bahçeşehir e la successiva seconda avventura in Italia con Brescia. La parentesi in Turchia non gli permette di trovare la stessa regolarità mostrata precedentemente, mentre il ritorno in Lombardia nel 2025/26 si ferma a sole 15 presenze in campionato. Anche il rendimento ne risente: 8,6 punti in poco meno di 21 minuti, con il 26,6% da tre, numeri lontani da quelli prodotti nelle sue stagioni migliori.
È proprio qui che si trova la principale incognita legata al suo arrivo a Verona. A 29 anni Massinburg non deve dimostrare di poter giocare in Serie A, lo ha già fatto ampiamente, quanto piuttosto di poter ritrovare continuità fisica e quella brillantezza che lo aveva reso uno degli esterni più efficaci di quella Brescia capace di sorprendere oltremodo. Se riuscirà a farlo, la Scaligera avrà a disposizione un giocatore già perfettamente adattato al campionato italiano, capace di incidere senza avere bisogno di monopolizzare i possessi ma in grado di assumersi maggiori responsabilità quando la partita lo richiede.
Se Massinburg rappresenta una delle certezze per il campionato italiano, è decisamente più da scoprire la scommessa Izaiah Brockington, esterno classe 1999 che a Verona vivrà la prima esperienza nel basket del vecchio continente.
Il suo percorso collegiale è lungo e tutt’altro che lineare. Dopo l’esordio a St. Bonaventure e il successivo trasferimento a Penn State, è proprio con i Nittany Lions che Brockington comincia a ritagliarsi uno spazio importante, passando dagli 8,1 punti della prima stagione ai 12,6 della seconda. La definitiva esplosione arriva però nell’ultimo anno NCAA, quando sceglie Iowa State e diventa immediatamente il principale terminale offensivo dei Cyclones. Chiude la stagione 2021/22 a 16,9 punti e 6,8 rimbalzi di media, trascinando una squadra reduce da un’annata da appena due vittorie fino alle Sweet Sixteen del Torneo NCAA e guadagnandosi l’inserimento nel First Team All-Big 12.
È proprio quella stagione a mostrare nella maniera più nitida la particolare fisionomia del suo gioco. Brockington è una guardia di 193 centimetri che può muoversi indifferentemente da 2 o da 3, ma che offensivamente si discosta dall’identikit dell’esterno moderno costruito quasi esclusivamente attorno al tiro da tre. Mancino, fisico e dotato di ottima elevazione, preferisce mettere pressione alla difesa entrando dentro l’area, attaccando il ferro e utilizzando il palleggio per raggiungere quelle zone intermedie del campo dalle quali può arrestarsi e crearsi un tiro pulito. Un realizzatore più portato a cercare la crepa nella difesa che ad aspettare semplicemente lo scarico sul perimetro.
Il passaggio tra i professionisti è stato finora molto frammentato. Dopo essere rimasto fuori dal Draft 2022, entra nell’orbita dei New Orleans Pelicans, con i quali riesce anche a coronare il sogno NBA, seppur per una brevissima apparizione, alternandosi soprattutto tra G League ed esperienze fuori dagli Stati Uniti. Il suo percorso lo porta successivamente in Canada, Australia e Cina, prima dell’approdo a in Italia. Nell’ultima esperienza australiana con i New Zealand Breakers ha prodotto 16,1 punti in meno di 29 minuti, tirando con oltre il 50% dal campo e aggiungendo 3,8 rimbalzi.
Singolare, a maggior ragione considerando ruolo e centimetri, è la sua capacità di andare a rimbalzo. I 6,8 catturati nell’ultima stagione a Iowa State, di cui 1,7 offensivi, non rappresentano un’anomalia statistica ma una componente riconoscibile del suo modo di giocare: Brockington tende ad andare a contendere il pallone anche ad avversari più alti, sfruttando atletismo, tempi di salto e aggressività. In una squadra intenzionata ad alzare il ritmo, questa propensione potrebbe acquistare ancora più valore, con l’ex Cyclones che è capace di catturare il rimbalzo e dare immediatamente il via alla transizione offensiva.
Meno certezze offre invece il tiro dalla lunga distanza, che nel corso della carriera ha conosciuto picchi interessanti ma anche flessioni piuttosto marcate. Al 41,5% del primo anno a St. Bonaventure sono seguite due stagioni sotto il 30% a Penn State, prima della risalita al 36,2% nell’anno dell’esplosione a Iowa State. Anche tra i professionisti non è ancora emersa una continuità tale da trasformarlo in un tiratore sul quale le difese sono costrette a modificare sistematicamente le proprie scelte. Più che il valore di una singola percentuale, sarà quindi interessante capire quanto il suo tiro possa risultare credibile e stabile all’interno di una stagione intera.
Brockington può occupare entrambe le posizioni di esterno e le sue caratteristiche gli permettono, almeno sulla carta, di essere affiancato praticamente a qualsiasi altro giocatore del reparto: può condividere il campo con Andrews, Zampini o Massinburg, oppure trovare spazio all’interno di quintetti più fisici senza che sia necessario ridisegnarne completamente i compiti. Non è un creatore per gli altri nel senso tradizionale del termine, ma può produrre vantaggi autonomamente e aggiunge al reparto una maniera diversa di produrre punti.
La duttilità dovrebbe estendersi anche all’altra metà campo. Brockington non arriva con l’etichetta dello specialista difensivo, ma possiede struttura fisica, atletismo e rapidità sufficienti per essere utilizzato su entrambe le posizioni perimetrali e cambiare accoppiamento a seconda delle necessità. Colpisce molto l’attitudine con cui affronta la partita: giocatore vocale, energico e poco incline a tirarsi indietro, appartiene a quella categoria di esterni disposti a sporcarsi le mani, buttarsi su un pallone vagante o contendere un rimbalzo anche contro avversari ben più strutturati. Un’indole da hustle player che emerge su entrambi i lati del campo e che, unita a una personalità piuttosto trascinante, può aggiungere qualcosa che va oltre le semplici qualità tecniche. Il passaggio da Iowa State, all’interno di una squadra che aveva proprio nella difesa uno dei propri marchi di fabbrica, lo ha inoltre abituato a un contesto nel quale intensità e disciplina avevano un peso rilevante.
La vera incognita resta però capire quanto il suo gioco riuscirà a trasferirsi al basket italiano. Brockington arriva a 27 anni con un bagaglio atletico e realizzativo evidente, ma senza esperienza europea e dopo una carriera professionistica trascorsa cambiando frequentemente campionato e contesto. Verona scommette quindi su un giocatore che ha già mostrato di saper segnare in più modi, ma che dovrà trovare continuità in un ambiente tatticamente più esigente e nel quale la qualità delle proprie letture conterà almeno quanto quella del suo uno contro uno.
Tra le scommesse più intriganti del mercato gialloblù c’è sicuramente RJ Melendez, ala portoricana classe 2002 di 201 centimetri che dovrebbe inizialmente rappresentare uno dei principali cambi in uscita dalla panchina. Un ruolo che non deve però trarre in inganno sulle aspettative che accompagnano il suo arrivo: Verona ha scelto un giocatore ancora tutto da scoprire a livello europeo, ma dotato di mezzi fisici e atletici che lasciano intravedere margini di crescita importanti.
Nato ad Arecibo, Melendez si è trasferito giovanissimo negli Stati Uniti e ha costruito lì buona parte della propria formazione cestistica. Considerato tra i prospetti più interessanti della classe 2021, ha iniziato il percorso NCAA a Illinois, trovando progressivamente spazio fino a diventare titolare nel secondo anno, prima di trasferirsi a Georgia e infine a Mississippi State. Quattro stagioni trascorse tra Big Ten e SEC, due delle conference più competitive del college americano, nelle quali non è mai diventato un grande realizzatore ma ha, stagione dopo stagione, aumentato il proprio fatturato, producendo nelle ultime due annate 9,6 punti e 4,1 rimbalzi a Georgia e 8,8 punti con 4,3 rimbalzi a Mississippi State, chiudendo la carriera collegiale con 124 presenze e tre partecipazioni al Torneo NCAA.
Più dei numeri, a incuriosire sono però le possibilità offerte dal suo profilo. Melendez è un’ala capace di muoversi tra le posizioni di 3 e 4, con centimetri, lunghezza e atletismo che permettono a Ramagli di immaginarne utilizzi di diversa natura. In attacco dà il meglio di sé quando può sfruttare il proprio fisico in movimento: correre il campo, tagliare, attaccare il ferro e approfittare di una difesa già mossa, piuttosto che essere chiamato a creare sistematicamente dal palleggio contro una difesa schierata. Quando il campo si apre le sue qualità atletiche possono cambiare marcia: Melendez corre bene in transizione e possiede esplosività sufficiente per chiudere sopra il ferro, caratteristiche che potrebbero trovare terreno fertile nella pallacanestro ad alto ritmo immaginata dal tecnico labronico. Non è un giocatore attorno al quale costruire il possesso, ma può diventare particolarmente fastidioso quando riesce a infilarsi negli spazi lasciati aperti dagli altri.
Il tiro rappresenta uno dei punti interrogativi più evidenti. Il 29,8% da tre complessivo nei quattro anni NCAA, con il 28% nell’ultima stagione a Mississippi State, racconta di una dimensione perimetrale che non ha ancora trovato vera continuità. Per questo va preso con le pinze quanto accaduto successivamente in Porto Rico: con i Capitanes de Arecibo ha alzato notevolmente la propria produzione, arrivando a 17,5 punti, 5,2 rimbalzi e 2,3 assist e soprattutto al 44,2% dall’arco in 23 partite. Un salto notevole, che non deve illudere, ma che Verona spera sia l’inizio di un’evoluzione e non una semplice fiammata circoscritta a pochi mesi.
Le prestazioni in patria gli hanno inoltre permesso di affacciarsi nel giro della nazionale portoricana, con la quale ha partecipato all’AmeriCup 2025 ed è stato successivamente impiegato anche nelle qualificazioni ai Mondiali 2027. Un’esperienza fin qui ancora marginale in termini di minutaggio, ma che rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di crescita di un giocatore su cui la Selección Boricua sembra intenzionata a puntare con forza.
Il potenziale forse più intrigante emerge però nella propria metà campo. Taglia, apertura di braccia e mobilità laterale gli permettono di accoppiarsi con più tipologie di ali e, in determinate situazioni, anche a scivolare sugli esterni più piccoli. Non arriva a Verona un difensore già fatto e finito: disciplina, letture lontano dalla palla e capacità di mantenere intensità e concentrazione possesso dopo possesso saranno gli aspetti sui quali misurare il suo adattamento. È facile intuire perché un profilo del genere possa attirare Ramagli, specie all’interno di una squadra pensata cercando molteplici cambi sistematici.
Il primo vero banco di prova sarà proprio l’Europa. Dopo il college, Melendez ha giocato in G League con i Mexico City Capitanes e in Porto Rico con Arecibo, ma non si è ancora confrontato con la pallacanestro del Vecchio Continente. Il passaggio alla LBA potrebbe richiedere un periodo di apprendistato, principalmente sul piano tattico: nuove spaziature, maggiore attenzione alle letture e avversari pronti a mettere alla prova ciò che nel suo gioco rappresenta ancora un’incognita.
Anche per questo Ramagli dovrebbe poterlo inserire inizialmente dalla panchina, alternandolo principalmente nelle due posizioni di ala e senza caricarlo fin da subito di responsabilità eccessive. Melendez potrebbe così trovare minuti tanto da 3 quanto da 4, consentendo alla Tezenis di modificare taglia e atletismo dei quintetti, guadagnandosi spazio con il procedere della stagione.
Ed è forse proprio qui che si nasconde il fascino dell’operazione. Melendez potrebbe aver bisogno di più tempo di altri, e sarebbe sbagliato giudicarlo dalle prime uscite. Ma è probabilmente anche il giocatore del roster con il maggiore upside: se il tiro visto recentemente a Porto Rico dovesse trovare continuità e l’adattamento alla pallacanestro europea procedesse rapidamente, Verona potrebbe ritrovarsi in casa qualcosa di più di un semplice cambio delle ali. La sua eventuale esplosione potrebbe rappresentare uno di quei fattori capaci di spostare verso l’alto il potenziale complessivo della squadra.
Se c’è un giocatore che sembra racchiudere meglio di altri l’idea di elasticità tattica sulla quale la Tezenis ha basato il proprio mercato, quello è sicuramente Jermaine Samuels. Ala grande classe 1998, arriva in gialloblù dopo la prima stagione europea disputata con San Pablo Burgos, ma porta con sé un background cestistico di caratura difficilmente trascurabile.
Samuels ha infatti trascorso cinque anni a Villanova, uno dei programmi più prestigiosi e vincenti del college americano dell’ultimo decennio, crescendo sotto la guida di Jay Wright all’interno di una cultura nella quale condivisione del pallone, disciplina difensiva e capacità di adattarsi alle necessità della squadra hanno rappresentato per anni un vero marchio di fabbrica. Da freshman fa parte del gruppo che nel 2018 conquista il titolo NCAA, seppur con un ruolo marginale, per poi guadagnare stagione dopo stagione minuti, responsabilità e leadership fino a diventare uno dei veterani dello spogliatoio.
Chiude la propria esperienza universitaria con 153 partite, 1.296 punti e 790 rimbalzi, numeri che lo collocano tra i giocatori più longevi della storia dei Wildcats, ma è soprattutto l’ultimo ballo a raccontarne la crescita. Nel 2021/22 produce 11,1 punti e 6,5 rimbalzi di media e accompagna Villanova fino alla Final Four, alzando ulteriormente il livello durante la March Madness: i 22 punti contro Michigan e la successiva doppia doppia contro Houston gli valgono il premio di Most Outstanding Player della South Regional.
Samuels è stato abituato molto presto a giocare partite pesanti, accettare ruoli differenti e condividere il parquet con compagni di grande talento, senza avere bisogno che l’attacco ruotasse necessariamente attorno a lui. A 27 anni non sarà probabilmente il leader vocale per eccellenza della Tezenis, ma caratura, esperienza e abitudine a stare dentro contesti competitivi possono renderlo uno dei riferimenti silenziosi del gruppo, aiutando una squadra nella quale molti interpreti dovranno ancora prendere le misure alla Serie A.
Terminata l’esperienza a Villanova, la mancata chiamata al Draft lo porta a costruirsi una strada più tortuosa verso la NBA. Passa dalla G League e riesce comunque a ritagliarsi 14 presenze con gli Houston Rockets nel 2023/24, prima di restare nell’orbita dei Rio Grande Valley Vipers e scegliere, nell’estate 2025, di sorvolare l’Atlantico. La prima fermata europea è San Pablo Burgos, neopromossa nella Liga ACB spagnola: il campionato attualmente più competitivo a livello FIBA.
L’impatto è stato incoraggiante. In 34 partite Samuels ha prodotto 9,9 punti, 4 rimbalzi e un recupero in poco più di 20 minuti, tirando con oltre il 64% da due. Numeri che raccontano la sua capacità di trovare punti senza divorare possessi: tagli, gioco vicino al ferro, rimbalzi offensivi e lettura degli spazi sono diventati armi preziose anche contro difese molto più organizzate rispetto a quelle di G League. Meno convincente il 30,2% dall’arco, accompagnato da un modesto 65,2% ai liberi: il tiro rimane quindi una variabile importante per capire quanto potrà allargare il campo anche in Italia.
Il tratto più distintivo del suo gioco rimane però la duttilità. Samuels non possiede l’altezza canonica di un lungo (siamo attorno ai due metri), ma compensa con una struttura fisica importante, braccia lunghe, mobilità e una certa sapienza nel leggere ciò che accade attorno a lui. In attacco può lavorare da 4 senza bisogno di molti palloni, mettere palla a terra contro avversari più pesanti, sfruttare i mismatch vicino al ferro e correre bene il campo; non è invece un creatore primario, né un tiratore abbastanza continuo da costringere sempre la difesa a rispettarlo lontano dal canestro.
Se c’è un terreno sul quale Samuels può diventare il vero coltellino svizzero nelle mani di Ramagli, è quello difensivo. I cinque anni a Villanova gli hanno lasciato in eredità una buona disciplina difensiva e l’abitudine a cambiare pelle a seconda dell’avversario: Samuels può reggere ali fisiche, cambiare su giocatori più piccoli e battersi nel pitturato anche contro lunghi più strutturati. Non è un intimidatore al ferro e contro alcuni centri i centimetri mancanti finiranno inevitabilmente per presentare il conto, ma la sua capacità di passare da un accoppiamento all’altro sembra fatta apposta per una Tezenis che vuole essere camaleontica in entrambe le metà campo.
Ed è qui che potrebbe aprirsi una delle varianti tattiche più interessanti della nuova Tezenis. Samuels partirà principalmente da 4, ma è difficile immaginare che la sua stagione si esaurisca in quella posizione. Alle spalle di Tobey manca infatti un secondo centro straniero di ruolo e Ramagli potrebbe chiedergli minuti anche da 5, soprattutto quando vorrà abbassare il quintetto, aumentare i cambi difensivi e alzare ulteriormente il ritmo. In queste situazioni potrebbe diventare particolarmente intrigante anche l’accoppiata con Melendez: due ali atletiche e intercambiabili nelle posizioni interne, per quintetti di small ball nei quali la distinzione tra 4 e 5 diventerebbe quasi nominale.
Per certi versi non sarebbe neppure una novità assoluta nella recente storia veronese. Quattro anni fa Taylor Smith, pur fermandosi a un’altezza molto simile a quella di Samuels, giocava stabilmente da centro, compensando i centimetri mancanti con fisicità, atletismo, tempi di salto e una verticalità decisamente fuori dal comune. Il paragone deve fermarsi qui, perché si tratta di giocatori profondamente diversi: Smith era un 5 fatto e finito per caratteristiche, mentre Samuels nasce e rimane un’ala forte. Ma quell’esperienza ricorda come, specialmente nella pallacanestro moderna, la posizione occupata possa essere determinata più da ciò che un giocatore riesce a fare che dai centimetri riportati sulla carta.
D’altro canto, l’utilizzo da centro rappresenterà anche una delle incognite. Chiedergli di farlo per troppi minuti significherebbe esporlo contro squadre dotate di grande stazza nel pitturato e rischierebbe di togliere qualcosa alla sua principale virtù, quella di poter essere spostato da un accoppiamento all’altro. Lo small ball potrà allora rappresentare una carta importante durante le partite, a patto che rimanga una scelta e non finisca per diventare una necessità. Molto dipenderà quindi da come Ramagli riuscirà a distribuire i minuti alle spalle di Tobey e da quanto Samuels saprà trasformare la propria versatilità in un vantaggio anche contro avversari più grandi.
Verona sembra aspettarsi da lui proprio questo: non necessariamente una valanga di punti, quanto peso specifico. Difesa, rimbalzi, letture, capacità di occupare più posizioni e quella familiarità con le partite che contano maturata in cinque anni a Villanova. La prima stagione a Burgos ha dimostrato che il suo gioco può attraversare l’oceano senza perdere efficacia; la seconda dovrà dire se Samuels può compiere un passo ulteriore e diventare uno degli uomini attorno ai quali creare l’identità della nuova Scaligera.
L’ultimo tassello del mercato è stato anche quello che potrebbe averne cambiato maggiormente i connotati. Per completare il reparto lunghi Verona sembrava essersi mossa inizialmente alla ricerca di un centro con altre caratteristiche: tra i profili sondati sono circolati quelli di Freddie Gillespie e, nelle battute finali, del francese Zacharie Perrin, giocatori più orientati verso atletismo, verticalità e presenza interna. La scelta è caduta invece su Mike Tobey, centro di 213 centimetri che porta in dote tutt’altro bagaglio tecnico e, soprattutto, un curriculum difficilmente accostabile a quello di una normale neopromossa.
A 31 anni Tobey ha già attraversato alcuni dei palcoscenici più importanti della pallacanestro europea. Dopo Virginia e una brevissima apparizione NBA con Charlotte, ha passato buona parte della propria carriera in Spagna, passando da Valencia, Tenerife, Barcellona e nelle ultime due stagioni Gran Canaria, intervallate dall’esperienza alla Stella Rossa. Nel mezzo ci sono oltre cento presenze in Eurolega, varie stagioni tra ACB ed EuroCup e trofei conquistati in contesti nei quali competere per vincere rappresentava la normalità. Un pedigree che cambia inevitabilmente anche il peso del suo arrivo a Verona.
A renderne ancora più particolare il percorso c’è poi la lunga avventura con la Slovenia, nazionale acquisita nel 2021 e con la quale Tobey è diventato rapidamente una presenza importante accanto a Luka Dončić. Alle Olimpiadi di Tokyo, concluse dagli sloveni al quarto posto, ha prodotto 13,7 punti e addirittura 10,5 rimbalzi di media; successivamente ha disputato EuroBasket 2022 e il Mondiale 2023, chiuso a 11,6 punti e 6,3 rimbalzi. Esperienze che aggiungono ulteriore caratura a un giocatore abituato non soltanto al livello più alto del basket europeo per club, ma anche a partite nelle quali la pressione difficilmente concede diritto all’apprendistato.
Sul parquet Tobey è un centro capace di offrire alla Tezenis una dimensione offensiva dissimile da quella di un lungo puramente verticale. Sa giocare il pick and roll e farsi trovare vicino al ferro, ma può anche aprirsi sul perimetro e costringere il proprio difensore ad abbandonare il pitturato. Il tiro da tre ha conosciuto percentuali alterne nel corso della carriera — nell’ultima ACB si è fermato al 25%, dopo annate decisamente migliori — ma la minaccia rimane parte integrante del suo repertorio: basti pensare al 42,9% prodotto in Eurolega con Barcellona o al 40,7% dell’EuroCup 2024/25 con Gran Canaria.
C’è però un’altra qualità che rischia di passare sottotraccia guardando semplicemente il tabellino: Tobey sa passare il pallone. Non è un lungo al quale affidare sistematicamente la regia dell’attacco, né uno destinato ad accumulare grandi numeri alla voce assist, ma possiede letture, tocco e una sensibilità cestistica che gli permettono di riconoscere rapidamente ciò che accade intorno a lui. Spesso il suo contributo non coincide con l’ultimo passaggio prima del canestro, quello che finisce nelle statistiche, quanto con quello immediatamente precedente: i cosiddetti secondary assist, meno appariscenti sul tabellino ma altrettanto preziosi per creare vantaggi e mettere punti a tabellone. Tobey sa far viaggiare il pallone, riconoscere un taglio, giocare consegnati e soprattutto evitare che l’azione si fermi quando passa dalle sue mani. In una squadra che vuole muovere rapidamente uomini e pallone, avere un centro con questa sensibilità potrebbe diventare un dettaglio tutt’altro che marginale.
La sua presenza potrebbe quindi dare a Ramagli parecchi modi di disegnare i propri attacchi. Tobey può essere utilizzato come bloccante, rollante o popper, giocare lontano dal ferro e lasciare spazio alle penetrazioni degli esterni, ma anche diventare un hub offensivo dal quale far transitare il pallone. Una varietà perfettamente coerente con l’idea di una Tezenis trasformista e che rende il centro sloveno molto più di un semplice terminale.
Qualche interrogativo emerge invece nella propria metà campo. Tobey ha taglia e mestiere, sa occupare spazio e possiede buoni tempi a rimbalzo, ma non è il prototipo del centro esplosivo capace di cancellare eventuali errori dei compagni come ultima linea difensiva. Allo stesso modo, se trascinato lontano dall’area contro esterni particolarmente rapidi può essere messo maggiormente alla prova. Anche per questo sarà interessante capire come Ramagli organizzerà la difesa attorno al proprio centro: se gli chiederà di cambiare sistematicamente o se, al contrario, preferirà proteggerlo, accettando con Tobey in campo di allontanarsi almeno in parte da alcuni dei propri diktat difensivi.
C’è poi un’incognita meno tecnica e legata ai carichi di lavoro. Tobey non è mai stato un giocatore da minutaggi elevati: anche nelle stagioni nelle quali ha avuto maggiore spazio, la sua carriera si è generalmente mantenuta sotto i 25 minuti di media. Nelle ultime due annate di ACB con Gran Canaria ha giocato rispettivamente poco più di 20 e 21 minuti a partita; nel 2025/26 ha chiuso con 8,8 punti e 4,9 rimbalzi in 21’08”.
A Verona, però, lo scenario non sarà analogo. Una sola competizione, obiettivi differenti e un ruolo ben più centrale potrebbero permettergli e richiedergli di spingersi stabilmente verso quei 25 minuti che raramente gli sono stati domandati in carriera. Non sarebbe necessariamente un salto proibitivo, a maggior ragione senza l’usura del doppio impegno settimanale, ma alle sue spalle non esiste un altro centro straniero di ruolo: Poser dovrebbe avere uno spazio contenuto, mentre Samuels rappresenterà soprattutto la soluzione per cambiare volto alla squadra in corsa. La tenuta fisica di Tobey lungo l’intera stagione diventa quindi una discriminante importante per la stagione veronese.
Proprio per questo il suo arrivo racconta forse anche un cambio di rotta maturato durante il mercato. Gillespie e Perrin avrebbero consegnato a Ramagli un centro più verticale e atletico, probabilmente più vicino all’identikit inizialmente ricercato; quando però si è aperta la possibilità di arrivare a Tobey, Verona sembra aver preferito cogliere l’occasione e cambiare spartito. Una scelta comprensibile anche guardando il resto della squadra: in un roster nel quale la maggior parte degli stranieri deve ancora scoprire la Serie A e alcuni persino il basket europeo, inserire un giocatore di tale levatura significa aggiungere esperienza, conoscenza e una dose di mestiere che difficilmente sarebbe arrivata da un profilo più giovane.
Verona perde così qualcosa in verticalità rispetto ai profili sondati precedentemente, ma guadagna tecnica, letture e caratura internazionale. Tobey non sarà semplicemente chiamato a occupare il centro dell’area: dovrà essere uno dei totem, dentro e fuori dal campo, della nuova Tezenis.
Terminato il mercato, resta naturalmente il campo a dover dare un senso definitivo alle scelte compiute in estate. Come emerso analizzando i singoli interpreti, quella messa in piedi da Verona sembra una squadra pensata per vivere di ritmo, movimento e condivisione delle responsabilità, senza affidare necessariamente a un unico giocatore le chiavi dell’attacco. Andrews e Zampini potranno alternarsi nella gestione, Massinburg e Brockington aggiungere creazione e punti senza aver troppo il pallone tra le mani, mentre la capacità di Tobey di giocare anche da hub offensivo offre a Ramagli un ulteriore punto dal quale far nascere il gioco.
Quando possibile, la Scaligera proverà a correre, passando rapidamente dalla difesa all’attacco. La propensione a rimbalzo degli esterni, la capacità di molti giocatori di condurre direttamente la transizione e la presenza di ali atletiche portano a immaginare una squadra che cercherà spesso il campo aperto, evitando di andare spesso al termine dei 24″ nella metà campo offensiva. Non significherà necessariamente correre in maniera scriteriata: l’obiettivo sarà piuttosto sfruttare i primi secondi del possesso per sorprendere una difesa non ancora completamente schierata, specie quando verranno utilizzati quintetti ibridi.
Anche difensivamente Verona sembra avere le carte per essere mutevole, forse ancora più che in attacco. Ramagli potrà alzare o abbassare il quintetto a proprio piacimento e ricorrere allo small ball con Samuels da 5, magari affiancato da Melendez, trovando varie configurazioni. Una varietà che dovrebbe permettere alla Tezenis di cambiare pelle anche all’interno della stessa partita, adattandosi alle caratteristiche degli avversari.
Naturalmente non mancano le incognite. Diversi stranieri dovranno prendere le misure al campionato italiano, qualcuno si affaccia per la prima volta al basket europeo; il tiro perimetrale di alcuni interpreti ha vissuto percentuali ondivaghe e alle spalle di Tobey manca un secondo centro di ruolo destinato a minuti importanti. La scelta del 6+6 garantisce sicuramente una profondità importante, ma rende meno immediato trovare l’equilibrio nelle rotazioni. È una squadra con parecchie possibilità, ma anche con un buon numero di risposte da trovare.
L’obiettivo, almeno inizialmente, non può che essere la salvezza, specie per una neopromossa. Questo gruppo sembra però possedere abbastanza talento, esperienza e soluzioni per non dover vivere necessariamente ogni domenica con l’acqua alla gola. Se alcune delle scommesse dovessero pagare (Melendez su tutte per upside) e i giocatori più esperti riuscissero a dare continuità, Verona potrebbe concedersi anche il lusso di divertirsi, togliersi qualche soddisfazione e collezionare qualche scalpo importante lungo il percorso. La salvezza rimarrà il target, ma non necessariamente la massima aspirazione.
Ed è forse tornando a quel 30 aprile 2023 da cui siamo partiti che la differenza appare più evidente. Anche quattro anni fa Verona affrontava la Serie A da neopromossa e anche allora l’obiettivo non poteva che essere il medesimo. Cambiano però i presupposti: quella promozione era arrivata quasi in anticipo rispetto ai programmi e aveva costretto la società a comporre la squadra in una situazione tutt’altro che semplice; questa volta la Tezenis ha avuto modo di programmare il ritorno, scegliere con maggiore libertà quale parte del gruppo confermare e consegnare a Ramagli un roster costruito attorno a un’identità piuttosto riconoscibile.
Questo, naturalmente, non garantisce che il finale non sarà lo stesso. Ma quattro anni dopo Verona torna nello stesso campionato con la sensazione di esserci arrivata attraverso una strada profondamente diversa. Se sarà sufficiente, come sempre, toccherà al campo stabilirlo.
Questo sito utilizza i cookies. Utilizzando il nostro sito web l'utente dichiara di accettare e acconsentire all' utilizzo dei cookies in conformità con i termini di uso dei cookies espressi in questo documento.