28/03/2026
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L’alveare – Diario di un tifoso dell’Italbasket femminile – di Marco Pinti
Game day 1 – 12 Marzo 2026 – Puerto Rico VS Italia – 41 : 78 Attraverso lo specchio A Varese sono le due e mezza di notte, mentre RaiSport trasmette sul fuso orario di Puerto Rico. Doveva essere una partita di pallacanestro del Torneo premondiale, è diventata quasi subito la conferma che valesse la […]
Game day 1 – 12 Marzo 2026 – Puerto Rico VS Italia – 41 : 78
Attraverso lo specchio
A Varese sono le due e mezza di notte, mentre RaiSport trasmette sul fuso orario di Puerto Rico.
Doveva essere una partita di pallacanestro del Torneo premondiale, è diventata quasi subito la conferma che valesse la pena restare svegli. Siamo a metà dell’ultimo quarto, la nazionale italiana sta travolgendo i padroni di casa, anzi le padrone di casa, perché qui a giocarsi un biglietto per la fase finale sono le donne. E io mi chiedo in quanti mai saremo, nella curva degli insonni, a fare il tifo.
Quanti come me non sanno distinguere un pick and roll da un Crispy Mcbacon, eppure hanno puntato la sveglia per non perdersi la seconda stagione di una serie televisiva che l’estate scorsa ha divertito, commosso e costretto a riflettere tutti gli appassionati di questo assurdo, meraviglioso sport.
Qualcuno dovrà pur scriverlo che questo gruppo dell’Italbasket femminile riesce a rappresentare qualcosa di completamente diverso, la nervatura di un carattere, di un’intelligenza, di un mondo che assomiglia al nostro quotidiano.
Ogni tanto le Nazionali ci riescono, è raro, ma succede: diventano uno specchio.
Certo, il campo aiuta: essere in cinque permette a ciascuna individualità di restare sé stessa, di far affiorare quella che gli spagnoli chiamano “gana”, concetto intraducibile in italiano, ma c’entra con il non detto, con lo sguardo, con la voglia matta di inseguire ogni pallone.
Ognuna lo fa in un modo molto più personale rispetto alle ciurme maschili, dove solitamente la determinazione diventa una sorta di elmo da battaglia uguale per tutti. Ognuna porta in campo qualcosa che non si annulla nemmeno nel movimento collettivo. Anche qui, l’impressione è completamente diversa. Nelle squadre maschili, quando funzionano bene, i giocatori si aiutano a vicenda, si tengono d’occhio, coprono e si sacrificano per il compagno.
Le azzurre, invece, quando funzionano bene, diventano un alveare.
C’è qualcosa di magnetico nel modo in cui difendono quando difendono sul serio.
Schemi, corse, blocchi e rincorse lasciano lo spettatore sul divano a unire i puntini di un’unica figura di senso, un campo magnetico che sa raccontare qualcosa del nostro assurdo Paese.
So di essere sul precipizio della retorica, ma vale la pena provare a spiegarmi.
Non è la forza fisica, la disciplina tattica, il talento tecnico o il fatto che stanno vincendo di trenta punti contro Puerto Rico, che pure era favorita dal ranking e dal fattore campo.
Sto parlando di qualcos’altro, qualcosa che c’è quando c’è e non c’è quando non c’è.
Il punto è che non assomigliano a personaggi, a foto da rotocalco o a testimonial di sponsor milionari, che pure auguro a tutte di diventare. Sono tutta un’altra storia.
Sono la compagna di banco che ti convince a bigiare la prima ora di scuola per andare al circolo a giocare a freccette. La vicina di casa di cui sopporti la musica a palla, perché la domenica ti porta la teglia delle lasagne della nonna. La collega con cui è bello ridere e lavorare, ma che devi stare attento a non far incazzare, altrimenti sono guai. Assomigliano alle persone che incontriamo davvero nelle nostre giornate. Per questo la loro storia ci prende: perché diventa anche nostra.
Mi sa che se ne sono accorte anche le portoricane, ora che sgocciolano gli ultimi secondi della partita senza che il vantaggio delle azzurre si schiodi da un più 30 che vale come un esame universitario passato alla grande. E quando la partita finisce è proprio quello lo sguardo.
Una soddisfazione piena, ma ancora affamata.
Game day 2 – 12 Marzo 2026 – Nuova Zelanda VS Italia –51 : 74
Gli occhiali sul naso
Prendo posto sul divano in tempo per gli inni nazionali. Stavolta l’orario è meno proibitivo: ho la palpebra più salda, la schiena dritta come al cinema, lo sguardo attento a cogliere un segno in più, un gesto, un dettaglio che confermi la mia intuizione. Intanto l’alveare inizia a ronzare fin dal primo possesso: le neozelandesi si infrangono quasi subito contro le braccia delle azzurre che si moltiplicano nell’aria, contro le mani che frugano, pungono, spingono, cercano, sporcano ogni istante in cui le avversarie provano a raccapezzarsi. Dopo il primo quarto la gara sembra già chiusa con le nostre avanti di una quindicina di punti, ma è proprio quando la palpebra torna ad appesantirsi che si apre un altro spiraglio di verità. È qualcosa che capita, a volte, un po’ a tutti. Capita, a volte, quando ci sembra che tutto stia andando un po’ troppo bene, che siamo i primi a non crederci. Chissà cosa scatta nella nostra testa, da dove nascono le esitazioni davanti a gesti che abbiamo ripetuto a memoria fino a un secondo prima, cosa si incrina nell’idea che abbiamo di noi stessi. Proprio come quando diventiamo matti a cercare gli occhiali in tutta la casa, senza accorgerci di averli addosso. Quando mandiamo una mail con un allegato importante, senza l’allegato. Quando dimentichiamo dove abbiamo parcheggiato. Capita. Come su un campo da basket, capita di non riuscire più a giocare a basket. Basta un quarto così e le neozelandesi si rifanno sotto, fino a un solo possesso di distanza. È il momento in cui si apre una crepa tra me e il commentatore della Rai. Lui sempre più incupito, io sempre più partecipe, quasi incantato nel riconoscere in quei tiri fuori bersaglio tutte le volte che ho fatto di testa mia, sbagliando. Lui sinceramente preoccupato, io sereno della stessa serenità, apparentemente illogica, negli sguardi delle azzurre anche durante la picchiata.
Perché prima o poi gli occhiali torni a sentirli sul naso e l’allegato è sempre più bello con la seconda mail. Per non parlare del parcheggio: a furia di premere sul telecomando, prima o poi una macchina si illumina da qualche parte. Così anche l’Italia riaccende l’incantesimo che paralizza le neozelandesi in una sorta di panico da parquet: ogni loro passaggio finisce, non so come, tra le mani delle nostre. Ogni tiro deve superare uno steccato di mani. A ogni possesso avversario il cronometro dei 24 secondi si esaurisce al doppio della velocità rispetto a quando attacchiamo noi. Finisce che le nostre vincono di 23 punti, come se fosse semplice, normale, una passeggiata di salute.
Quasi non sembrano accorgersi di avere appena vinto due volte la stessa partita.
Game Day 3 – 14 Marzo 2026 – Stati Uniti VS Italia – 93 : 59
Haiku americano
Cinquantanove parole come i punti per cui ho esultato, appena ho capito dove sbagliavo.
Illudersi di un sogno alla Space Jam, alla Pozzecco nel 2004, comunque da Looney Tunes.
Un errore molto maschile, che rischiava di farmi perdere lo spettacolo di una squadra che, malgrado un avversario imbattibile, prendeva a spallate i propri limiti. Senza rimpianti. A testa alta.
Game day 4 – 15 Marzo 2026 – Spagna VS Italia – 56 : 68
Sentimiento nuevo
Non è che proprio ci penso durante il giorno, quando lavoro, mentre organizzo quello che serve per un evento o scrivo un comunicato. Non è che dico a me stesso: “Adesso metto ordine alla scaletta come se fosse una rimessa in attacco” oppure “Tra due righe sparo un aggettivo da tre punti”.
Però riconosco la sensazione, la corrente sottopelle. È la stessa di quando leggo un libro che si incastra con qualche parte di me. Un misto di affetto e riconoscenza che ho imparato a leggere tra le righe anche di altre storie, tra cui le partite dell’Alveare dell’Italbasket a cui sono dedicate le pagine di questo diario. Ogni volta, dall’estate del bronzo, la sorpresa di emozionarsi si accompagna al piacere di inseguire un senso, di cogliere qualcosa che va oltre il punteggio.
Solo che stasera, della partita contro la Spagna, non ho ancora capito niente.
So soltanto che dopo i primi due quarti, più o meno dominati dalle nostre, quando la situazione si è improvvisamente ribaltata in favore delle avversarie, io sono finito sott’acqua. Il primo a farne le spese è stato il telecronista, poveretto, che senza colpa si limitava a certificare un momento di grossa difficoltà. L’ho silenziato. E al suo posto ho fatto partire una playlist di Battiato.
Sono abbastanza matto da fare certe cose, ma anche abbastanza ragionevole da sapere che non servono a niente. Però stasera voglio festeggiare un po’ anch’io, perciò mi do il permesso di pensare che forse, da una di quelle antennine nascoste che chiamiamo intuizione, sentivo già la rimonta arrivare. D’altronde, la sincronicità con cui la musica è cambiata nel mio soggiorno come in campo è stata così perfetta che vale la pena accoglierne l’incanto. E poi Battiato, quel tremolare di cristallo, fragile eppure durissimo, con cui la sua voce scivola sulle note, resta l’unico appiglio con cui si può cercare di spiegare la vittoria di questa sera. È successo qualcosa che non ho capito, ma che ho sentito nettamente, mentre sorridevo nel vedere la panchina azzurra invadere il campo per festeggiare l’impresa, proprio mentre la playlist attaccava con “Cuccuruccucù…paloma!”.
Assiepate dietro il bigliettone per Berlino, nel loro cazzeggiare più simile all’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola che a una premiazione ufficiale, mi sono accorto di quanto fosse straordinario quello spettacolo di autenticità. Le pose sgangherate di ragazze che assomigliano davvero a quello che c’è scritto sulle magliette, sia davanti che sulle spalle. All’Italia e a se stesse.
Così, quando la Rai interrompe le immagini, forse una cosa, in extremis, la capisco anche stasera.
Capisco che certe storie hanno il potere di unire punti lontanissimi – qualche migliaio di divani in Italia e un campo a Puerto Rico – per farci sentire tutti un po’ più a casa.
Game Day 5 – 17 Marzo 2026 – Senegal VS Italia – 35 : 85
Post-It
C’è una partita in più per accorgermi che stasera posso permettermi di scrivere qualche riga meno. Un’ultima pagina dove le parole scorrono con la semplicità di un “Ciao” che sa già di estate, di un settembre che tornerà a raccontare il ronzio dell’alveare a Berlino.
Anche senza fusi orari da insonni, con gli occhiali sul naso e una playlist di Battiato sul cubo dei cambi, posso quasi già vedermi scattare in piedi dal divano come fosse un seggiolino della “mia”Masnago.
Perché, in fondo, la pallacanestro ha questo di speciale: non sei tu a decidere. È lei che ti prende.
All’inizio sei anche tranquillo, come il tifoso di una squadra già qualificata, ma nel giro di un paio di azioni ti ritrovi addosso la strana elettricità che soltanto il rintocco ossessivo di un pallone sul parquet riesce a produrre. Un battito che non si ferma mai, nemmeno quando la sfera si stacca dalle mani per provare a colmare, almeno per un istante, quel vuoto sospeso lassù, intorno a un anello.
Un modo piuttosto acrobatico per ricordarci che capita, a volte, la felicità.
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