10/05/2026
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A Varese la nobiltà della crescita cerca ancora il suo sigillo
Si chiude con tanto amaro in bocca, eppure come meglio non si sperava qualche mese fa. Il sipario sulla stagione della Openjobmetis cala a Bologna, sotto i colpi di una Virtus troppo grande per una Varese improvvisamente tornata piccola, una squadra che ha passato la prima metà dell’anno a scappare dai fantasmi della retrocessione e […]
Si chiude con tanto amaro in bocca, eppure come meglio non si sperava qualche mese fa. Il sipario sulla stagione della Openjobmetis cala a Bologna, sotto i colpi di una Virtus troppo grande per una Varese improvvisamente tornata piccola, una squadra che ha passato la prima metà dell’anno a scappare dai fantasmi della retrocessione e ora si ritrova a rammaricarsi per un nono posto. Un piazzamento che è, al tempo stesso, un diploma di dignità e il certificato di un limite non ancora superato.
Il peso delle aspettative
La verità è che la banda di Ioannis Kastritis, arrivata all’appuntamento con la storia, ha sofferto di vertigini. A Bologna è andata in scena la versione fragile di un gruppo che, quando la pressione si alza, sembra venire meno alla propria grammatica. Non ha aiutato la sfortuna — con un Tazé Moore frenato dai propri limiti fisici proprio nel momento del bisogno — ma è il dato a rimbalzo (54 a 24) a scattare la fotografia più cruda: la voglia di lottare delle Vu Nere ha manipolato una difesa biancorossa tornata, per una notte, a essere spettatrice non pagante per lunghi tratti.
L’ultimo ballo di Nkamhoua
In questo naufragio collettivo, brilla però la stella polare di OlivierNkamhoua. Trenta punti di pura onnipotenza cestistica per salutare Varese e volare verso i palcoscenici di Barcellona. È lui l’emblema di questa stagione: un talento di categoria superiore che ha predicato in una squadra che ha saputo correggersi in corsa, ma mai guarire del tutto. Da Moody alle sei sconfitte iniziali, Varese ha cambiato faccia grazie a Iroegbu e Stewart, a Renfro – giocatore fondamentale per gli equilibri della squadra – ritrovando un’identità che sembrava perduta, ma inciampando spesso sui propri difetti strutturali: l’incostanza e quel maledetto tagliafuori che troppo spesso è rimasto solo un’intenzione.
Un passo avanti nella cultura
“Nessuno ci dava per candidati a questo obiettivo, anzi eravamo tra i favoriti per retrocedere”, ha ricordato Kastritis alla sala stampa della Virtus Segafredo Arena. Ed è qui che bisogna tracciare la linea. Per la prima volta dopo un decennio, Varese non ha lottato per non annegare, ma per sedersi al tavolo delle otto grandi del campionato. È un nono posto che brucia perché è arrivato a un centimetro dai Playoff – così come era arrivata a un passo dalle Final Eight lo scorso febbraio -, confermando che la “cultura” di cui parla il coach greco sta mettendo radici.
Il cerchio si chiude con un pizzico di amaro in bocca, ma con una consapevolezza nuova. La stagione si ferma qui, in quel limbo tra chi poteva essere e chi non è stato, ma con la certezza che la luce, a Masnago, ultimamente, non è mai stata così accesa. Resta l’ambizione, quella che non vuole più stare nel recinto: oggi è una ferita, domani dovrà essere il motore per non fermarsi più al nono gradino.
Foto copertina: Alberto Ossola / Pallacanestro Varese
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