20/04/2026
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Perché tutto il bello di Varese non è ancora abbastanza
Le ultime tre trasferte della Openjobmetis raccontano un dato semplice: zero vittorie, ma soprattutto occasioni non sfruttate. Una gara è sfuggita di mano fin dall’inizio, indirizzata già all’intervallo (quella con Napoli)). Le altre due, invece, Trieste e Cantù, sono rimaste aperte molto più a lungo. Ed è proprio lì che si concentra il rimpianto. Perché […]
Le ultime tre trasferte della Openjobmetis raccontano un dato semplice: zero vittorie, ma soprattutto occasioni non sfruttate. Una gara è sfuggita di mano fin dall’inizio, indirizzata già all’intervallo (quella con Napoli)). Le altre due, invece, Trieste e Cantù, sono rimaste aperte molto più a lungo.
Ed è proprio lì che si concentra il rimpianto. Perché Varese quei due match li aveva in mano, con vantaggi in doppia cifra costruiti con merito. Poi qualcosa si è inceppato: ritmo perso, qualche pallone di troppo lasciato agli avversari, e partite che hanno cambiato direzione.
Anche il derby contro Cantù si inserisce in questa narrativa. Sotto il profilo tattico, la squadra di Kastritis è rimasta intrappolata nella rete difensiva orchestrata da De Raffaele: percentuali dall’arco insufficienti (9/23 complessivo) e, soprattutto, 20 palle perse. Un dato che, da solo, pesa come una sentenza quando l’obiettivo dichiarato è un posto nei playoff.
Eppure, ridurre il tutto a una questione di limiti sarebbe superficiale. Perché i biancorossi, anche nei momenti più critici, non hanno mai smesso di competere. Al PalaDesio, dopo aver visto la partita scivolare verso un -8 (64-56), hanno reagito generando un parziale di 13-1 che ha ribaltato inerzia e punteggio. Ike Iroegbu si è acceso segnando 9 dei suoi 14 punti nell’ultima frazione, Olivier Nkamhoua ha ribadito il proprio status con giocate di livello superiore, e finendo con 23 punti. Anche nell’ultimo quarto, sotto di undici, Varese ha trovato le risorse per rientrare. Segnali chiari di una squadra viva, capace di lottare anche quando la partita si sporca.
Ma è proprio qui che si annida il nodo. Rimontare richiede energia — fisica e, ancor di più, mentale. E quando si arriva in fondo dopo aver speso così tanto, la linea tra lucidità e frenesia diventa sottilissima. Non è un caso che, nei finali punto a punto, Varese abbia spesso perso contatto con l’essenziale: una scelta giusta, un possesso protetto, una rotazione difensiva eseguita con mezzo secondo di ritardo oppure falli spesi per eccesso di foga o in situazioni tatticamente poco lucide.
Il tema si intreccia inevitabilmente con il dato più allarmante: il calo difensivo. Per venti giornate, la Openjobmetis ha costruito la propria identità su solidità e disciplina nella propria metà campo. Nelle ultime sei, quel pilastro si è incrinato vistosamente: 92.8 punti concessi di media contro gli 86.2 delle gare precedenti. Una flessione che non è solo numerica, ma identitaria. Una coincidenza che proprio in queste ultime sei partite a cui fa riferimento Kastritis, Renfro stia faticando per frequenti problemi di falli?
Però, per tornare a quanto detto dal condottiero greco della Openjobmetis, le sue parole vanno dritte al punto, senza cercare alibi: la difesa non è una componente del gioco, è la base su cui poggia tutto il resto.
“Dobbiamo tornare a difendere come sappiamo fare, perché è come mettere i soldi in banca”.
Una metafora semplice con cui Kastritis non mostra il fianco alle preoccupazioni ma chiede un’altra scossa di responsabilità ai suoi ragazzi: la difesa è l’unico elemento realmente controllabile, l’unico investimento a rendimento garantito.
E qui emerge il parallelismo più ampio, quasi sistemico. Come molte squadre costruite su ritmo e transizione, anche Varese ha trovato nella corsa una parte significativa della propria produzione offensiva. Ma la primavera cestistica impone un cambio di paradigma: le difese si schierano, le linee di passaggio si chiudono, ogni possesso diventa una negoziazione complessa.
La Openjobmetis, oggi, è sospesa tra due identità. Da un lato, una macchina capace di accelerazioni improvvise, di parziali che spaccano le partite. Dall’altro, una squadra che nei momenti di controllo — quelli in cui serve amministrare, leggere, proteggere — perde un tassello, sempre lo stesso, sempre decisivo. Perché in serate come quella di Cantù, la costanza e la sostanza prodotte rischiano di evaporare davanti al peso dei singoli episodi.
Non è una questione di talento, né di sistema. È una questione di maturità competitiva che Varese non ha ancora pienamente acquisito,nonostante la sensibile evoluzione mostrata nell’arco dell’anno: non si è più accontentata del tiro da tre punti ma ha saputo aggiungere letture, tagli e precisione. Puoi costruire, reagire, lottare e provare anche a essere diversa, ma alla fine la differenza la dettanosempre i dettagli.
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