27/03/2026
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FOCUS BM/ Ivanovic-Virtus, è finita: uno scudetto e un’eredità profonda – di Eugenio Petrillo
Ci sono separazioni che fanno rumore e altre che lasciano un silenzio più difficile da interpretare. L’esonero di Dusko Ivanovic dalla Virtus Bologna appartiene alla seconda categoria: una decisione che sorprende, perché non nasce da un crollo tecnico, ma da qualcosa di più sottile, quasi invisibile, che si consuma lontano dai riflettori. Il paradosso è […]
Ci sono separazioni che fanno rumore e altre che lasciano un silenzio più difficile da interpretare. L’esonero di Dusko Ivanovic dalla Virtus Bologna appartiene alla seconda categoria: una decisione che sorprende, perché non nasce da un crollo tecnico, ma da qualcosa di più sottile, quasi invisibile, che si consuma lontano dai riflettori.
Il paradosso è evidente. Solo un anno fa, nella primavera del 2025, proprio mentre i risultati faticavano ad arrivare, la società sceglieva la continuità, confermando il tecnico montenegrino. Oggi, invece, con una squadra in vetta alla LBA e un percorso in EuroLeague coerente con aspettative e budget, arriva la rottura. Una decisione che ribalta logiche apparentemente consolidate e che apre inevitabilmente interrogativi.
Al posto di Ivanovic, la Virtus ha scelto la via interna, promuovendo head coach Nenad Jakovljevic, giovane assistente già inserito nel sistema bianconero. Insieme al capo allenatore lascia anche Nenad Trajkovic, altro tassello dello staff. Eppure, per comprendere davvero il senso di questo addio, bisogna tornare indietro, al 5 dicembre 2024. È il giorno in cui Ivanovic arriva a Bologna, raccogliendo una squadra ferita dopo le dimissioni di Luca Banchi, maturate dopo il pesante ko casalingo contro l’Alba Berlino. L’impatto non è immediato, come spesso accade con i suoi metodi: niente scosse improvvise, nessun effetto immediato. Il suo lavoro è più lento, quasi chirurgico.
Ivanovic entra nel gruppo con pazienza, lo modella, lo svuota e lo ricostruisce. Sfoltisce il roster, ridefinisce gerarchie, attraversa momenti difficili – come il tonfo di Belgrado contro la Stella Rossa – prima di trovare una propria identità. È un percorso che richiede tempo, ma che culmina in una cavalcata playoff memorabile, chiusa con il diciassettesimo scudetto della storia virtussina. Un trionfo che porta chiaramente la sua firma: durezza mentale, disciplina, controllo dei possessi, gestione dei momenti.
Quella squadra, però, non era solo vincente. Era esperta, con personalità importanti ed in missione. È diventata “ivanoviciana” nella stagione successiva.
Il tecnico montenegrino aveva iniziato, infatti, a costruire un gruppo a sua immagine e somiglianza: più giovane, più malleabile, più disposto ad assorbire una filosofia esigente. Le sue intuizioni tecniche hanno inciso. Lo spostamento di Matt Morgan da playmaker a guardia si è rivelato una mossa chiave; la crescita di Momo Diouf è stata evidente; la fiducia concessa a Saliou Niang, Francesco Ferrari e Aliou Diarra ha dato profondità e prospettiva. E poi le scelte di mercato: Derrick Alston Jr, arrivato da “rookie” e subito competitivo, e Brandon Taylor, autentico jolly nei playoff.
Ivanovic non ha solo allenato: ha plasmato. Ha imposto una cultura della concretezza, del lavoro quotidiano, dell’essenziale. Una filosofia non sempre compresa, soprattutto per i suoi modi diretti, talvolta ruvidi, poco inclini alla mediazione.
Ed è probabilmente qui che si nasconde la chiave dell’esonero.
Perché, se i risultati non sono in discussione, lo sono stati i rapporti. Negli ultimi tempi qualcosa si è incrinato all’interno dello spogliatoio, in particolare con alcuni senatori. Le recenti prestazioni (con Hapoel Tel Aviv, Reggio Emilia e Milano) e, soprattutto, alcuni atteggiamenti hanno lasciato intravedere una frattura. Non tecnica, ma relazionale. E quando quella distanza diventa insanabile, anche le vittorie possono non bastare.
Fa quasi impressione pensare che, nelle settimane precedenti, si fosse parlato di un possibile rinnovo. Segno che la rottura non è stata progressiva, ma improvvisa. O forse semplicemente definitiva.
Ivanovic lascia Bologna dopo 110 panchine complessive, equamente distribuite tra le stagioni 2024/25 e 2025/26, entrando così nella storia del club come il settimo allenatore per presenze. Ma il dato numerico racconta solo una parte. L’eredità più grande resta quello scudetto, conquistato contro inerzie e pronostici, e un’identità tecnica ben riconoscibile.
Nel bilancio, restano anche le ombre. Le due Coppa Italia rappresentano le principali delusioni: l’eliminazione ai quarti contro Milano, accompagnata da quella frase diventata quasi simbolica: “Ho detto alla squadra che stasera ho capito che vinceremo lo scudetto”. Nella successiva l’uscita in semifinale contro Tortona.
Ivanovic è stato, fino all’ultimo, fedele a sé stesso. E forse è proprio questo il punto: in un equilibrio sempre delicato tra risultati e relazioni, la Virtus ha scelto di cambiare strada nonostante i primi fossero dalla sua parte.
Resta una sensazione sospesa, difficile da sciogliere completamente. Come tutte le storie che finiscono senza un vero crollo, ma con una crepa che, a un certo punto, diventa troppo larga per essere ignorata.
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